Il vaccino della solidarietà arriva da Verona

Una storia di Federica Gatto

Volendo riassumere l’ultimo mese in una frase, basterebbero solo tre parole: un gran casino!

È dal lontano dopoguerra che l’Italia non si ritrovava a fronteggiare, incondizionatamente da nord a sud, un’emergenza sanitaria, economica ed umana di simile portata.

Nonostante gli appelli, le canzoni cantate e ballate dai balconi, le donazioni e le raccolte fondi per gli aiuti umanitari, come sempre il mondo della ristorazione, frammentato e disorganizzato, continua a rimanere quasi del tutto inerme, subendo i risvolti di questa emergenza senza riuscire a porsi come leva per risollevare le sorti di un intero comparto economico.

Ad oggi è la sola Associazione degli Ambasciatori del Gusto (seguita poi a ruota dalle sigle più prestigiose) che si è preoccupata di fronteggiare questa situazione in modo attivo: interlocuzione diretta con Governo ed Enti, proposte legislative inserite poi nel Decreto “Cura Italia”, azioni di sensibilizzazione degli operatori nel settore ristorativo e iniziative benefiche di supporto e sostegno del comparto ospedaliero e assistenzialistico, impegnato in prima linea.

In tal senso, le dimostrazioni sono lampanti: la cucina organizzata dalla famiglia Cerea per l’ospedale da campo di Bergamo, Carlo Cracco con il suo staff all’opera per il nuovo ospedale dell’ex Fiera di Milano, Franco Pepe che ha avviato una raccolta fondi per l’Ospedale di Caserta. Esempi di come i cuochi possano spogliarsi della divisa da “star” ed indossare quella degli umili lavoratori a servizio del Paese.

La solidarietà ha molteplici aspetti, anche meno “eclatanti”, e per questo più lodevoli. Ne è un esempio l’iniziativa di un gruppo di dipendenti veneti (sì, dipendenti!) dell’azienda Saporè a San Martino Buon Albergo (VR), che in un momento di difficoltà assoluta hanno deciso di rimodulare e rivedere interamente quella che è la normale amministrazione per aiutare e supportare l’azienda per la quale lavorano e si spendono quotidianamente.  Ci raccontano come è andata Francesca e Marta, due portavoce della bella iniziativa.

Francesca, ci spieghi cosa è successo?

“L’hashtag #iorestoacasa ha significato per noi operatori della ristorazione non solo un monito alla tutela della salute di tutti ma anche un inequivocabile #stopallavoro. Nel giro di pochi giorni, tra un decreto e l’altro, siamo stati costretti a chiudere l’azienda. Una sensazione stranissima, per farmi forza anche nei confronti dei titolari e dei colleghi mi ripetevo di stare tranquilla, di considerare questo periodo come di riposo ma, nonostante tutto, l’umore è colato a picco. Comprendere che Renato e Samantha (i titolari, N.d.R.) erano preoccupati soprattutto per noi dipendenti e le rispettive famiglie, ha fatto maturare in me una decisione, l’unica cosa sensata da fare! Scelta istintiva, un gesto naturale per ringraziare l’azienda che per più di dieci anni mi ha assicurato un posto di lavoro. Ho rinunciato a tutto lo stipendio di marzo ed al 50% delle retribuzioni delle prossime due mensilità. Per me è più facile, non ho figli ma non è questo il punto; in tali occasioni capisci il reale valore delle cose e attribuisci delle priorità differenti: pagare l’affitto, le bollette e avere da mangiare, assicurarsi che la famiglia stia bene, sono in cima alla scala. E proprio le persone con cui lavoro rappresentano la mia seconda famiglia. Non sono certo l’unica, altri colleghi hanno preso la stessa decisione, ognuno ha fatto la sua parte dando quel che poteva, nessuno si è tirato indietro. L’Italia può contare su persone dal cuore immenso, sono sicura che non siamo gli unici ad aver fornito il nostro contributo e spero che il nostro possa essere un esempio per tutti i lavoratori che in questo momento versano, insieme alle proprie aziende, in un momento di forte difficoltà. Il nostro contributo non cambia le sorti economiche dell’azienda ma è utile a dare un po’ di sollievo e far percepire la nostra vicinanza, in cima alla mia personalissima scala di valori”.

E tu, Marta, che cosa ci racconti?

“Il Covid-19 ha stravolto i piani di tutti! È arrivato all’improvviso in Italia seminando paure e preoccupazioni, obbligando le persone a rimanere a casa per non essere contagiate. Parecchie aziende hanno avuto un arresto forzato e quelle che hanno potuto continuare a svolgere la propria attività hanno comunque visto i propri incassi ridursi drasticamente, fin quasi ad annullarsi del tutto. Non aveva più senso continuare a lavorare. In attesa che lo Stato intervenisse a supporto e sostegno delle aziende in difficoltà, vedendo la preoccupazione palesarsi sui volti dei miei datori di lavoro che per anni ci hanno assicurato stabilità economica e morale, abbiamo deciso di comune accordo tra noi dipendenti di fare un gesto simbolico ma che potesse servire in minima parte a fronteggiare questa dura crisi. Devolvere le mance accantonate nei diversi punti vendita, di norma utilizzati per una cena aziendale, a Renato e Samantha era il minimo che potessimo fare! È arrivato il nostro momento, il momento di mostrarci come gruppo unito, una vera famiglia pronta ad aiutare i suoi membri in difficoltà in tempi difficili come questo. Il virus così ci fa meno paura, l’essere uniti e compatti ci permetterà di superare le difficoltà e poter gridare che alla fine #andràtuttobene”.

Renato e Samantha, i titolati dell’azienda, proprio come in una famiglia hanno deciso di devolvere la quota in favore dei dipendenti che più ne avessero bisogno.

Francesca e Marta sono due grandi esempi di solidarietà, la dimostrazione di come nel cuore degli italiani pulsi fortemente il senso di responsabilità sociale. Sono gesti “eroici”, realizzati da quella parte debole di un sistema economico in grande difficoltà, che rendono a pieno il senso del nostro tessuto morale. A loro e ai colleghi il nostro plauso.