Gli Ambasciatori del Gusto riuniscono Istituzioni, Enti e Università in nome del Turismo Esperienziale

Il convegno organizzato a Napoli apripista per progetti sul territorio campano

Cristina Bowerman, Presidente e Paolo Marchi Vicepresidente Associazione Italiana Ambasciatori del Gusto

Non basta più mettersi la coscienza a posto ripetendo che l’Italia è il Paese in cui si mangia meglio al mondo. Serve nuova linfa per il turismo esperienziale legato all’enogastronomia puntando su maggiore qualità e meno folklore per non segnare maggiormente il passo rispetto a tutti quei Paesi che investono molto sullo sviluppo dell’enogastronomia locale. Da questi semplici concetti dei quali si sono fatti portavoce Cristina Bowerman e Paolo Marchi, rispettivamente presidente e vicepresidente degli Ambasciatori del Gusto, ha preso il via lunedì 30 settembre al Complesso Monumentale Donnaregina di Napoli il convegno annuale dell’Associazione dedicato al turismo esperienziale aperto dal saluto del sindaco della città partenopea, Luigi De Magistris.

Luigi De Magistris, Sindaco di Napoli

IL TURISMO ENOGASTRONOMICO IN CIFRE. Sono numeri importanti quelli di questo tipo di turismo. Sentirli enunciare uno dopo l’altro dall’autrice del Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano 2019, Roberta Garibaldi, fanno anche un po’ impressione. Nel 2018 il 98% dei viaggiatori italiani hanno fruito di una o più esperienze enogastronomiche; nel 2017 rispetto al 2016 la crescita in termini di spesa è cresciuta del 61% e del 57% in termini di prenotazioni con quest’ultimo trend che ha continuato a crescere facendo registrare un ulteriore +53% nel 2018. «Le esperienze più amate sono mangiare piatti tipici del luogo (88%), visitare mercati (82%), visitare ristoranti e bar storici (72%)», ha sottolineato Garibaldi evidenziando il gap tra domanda e offerta per alcuni tipi di esperienze come le visite ai luoghi di produzione diversi dalle cantine, tra questi caseifici, frantoi, birrifici, salumifici, pastifici. Il desiderio di visita a una fabbrica di cioccolato è il paradigma utilizzato per capire quanto sia profondo questo gap. Evidenzia Garibaldi: «Il 77% dei viaggiatori enogastronomici avrebbe fatto volentieri una visita a una fabbrica di cioccolato, ma solo il 23% ha potuto soddisfare questo desiderio. A ostacolare lo sviluppo di queste esperienze è la mancanza di una legislatura e delle informazioni di massima per poterne usufruire». Prodotto, servizio, storytelling sono i tre elementi necessari per la costruzione di un’esperienza di valore. «Temi sui quali molti Paesi stanno lavorando con piani strategici nazionali», afferma ancora Garibaldi. Altro punto strategico è la tipicità che dovrebbe cominciare già con la prima colazione alla quale, dice l’esperta di turismo enogastronomico, «si presta poca importanza nonostante molti viaggiatori siano interessati alla colazione coi prodotti del territorio».

IL TURISMO ENOGASTRONOMICO VISTO DALL’ENIT. La spesa media procapite del turista enogastronomico in Italia è di 117 euro contro i 91 del turista balneare. Basterebbe questo dato – che pone questo tipo di turismo al terzo posto dietro quello culturale e sportivo – illustrato nell’intervento al convegno della responsabile Centro Studi Enit Elena Di Raco a far comprenderne il valore economico dell’esperienza per il turista. «Non basta far passare i turisti nelle aziende, ma è necessario arricchire il loro vissuto e far portar loro a casa un ricorso emozionale», spiega Di Raco mettendo a fuoco altri dati importanti sui quali focalizzare lo sguardo: la sostenibilità dalla quale non si può prescindere se si vuole fare turismo esperienziale; le grandi destinazioni come hub di un territorio più vasto (l’esempio è quello di Napoli per la Campania); la dilatazione del turismo enogastronomico che non ci concentra soltanto nei mesi di luglio e agosto, ma anche nei mesi spalla precedenti e successivi il picco di presenze; la presenza in Italia di 55 siti Unesco per i quali possono essere studiati percorsi legati ai prodotti enogastronomici; il coinvolgimento della generazione Z o post-Millenial che dir si voglia. E c’è da ricordare che il turismo enogastronomico sta ancora crescendo. «I mercati importanti per questo tipo di turismo sono quello britannico, sul quale quello che è accaduto in questi giorni (il fallimento Thomas Cook, ndr) stiamo rafforzando la promozione, e poi quello tedesco, francese e statunitense.

Va detto, però, come sottolinea senza giri di parole il presidente del Consorzio Grana Padano Nicola Cesare Baldrighi, «per accogliere nelle aziende produttive i turisti interessati è necessario superare le difficoltà tecniche e i vincoli considerevoli imposti dalle normative imposte dagli adempimenti per garantire la qualità e la sicurezza delle produzioni, a partire dalle nostre».

Giorgio Scarselli Ristorante il Bikini Vico Equense; Nicola Cesare Baldrighi Presidente Consorzio Grana Padano; Elena Di Raco responsabile Centro Studi Enit; Roberta Garibaldi autrice del Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano 2019

L’ESPERIENZA, QUESTA SCONOSCIUTA. Cos’è l’esperienza nella definizione comune? A elaborare una definizione/formula che «tiene conto del coinvolgimento dei 5 sensi» è stato Giorgio Scarselli, Ambasciatore del gusto e proprietario del Ristorante Il Bikini di Vico Equense. Questa formula è E=T/S(x). «L’esperienza è tanto maggiore quanto è maggiore il tempo trascorso con il coinvolgimento dei 5 sensi. E – fa notare Scarselli – il maggiore tempo e il coinvolgimento di tutti i sensi avviene specificatamente nella ristorazione». «A oggi l’offerta italiana di turismo esperienziale è tutta gestita da siti internazionali: Withlocal, Airbnb e Viator offrono pacchetti turistici di questo tipo», continua l’Ambasciatore del Gusto convinto che uno dei valori più premianti sia «l’autenticità». Non mancano esempi di turismo esperienziale tutti campani: da Enzo Coccia, «il primo a portare la pizza all’estero quando non c’era ancora tutta questa attenzione sul prodotto creando una ricaduta sul territorio», a Franco Pepe con la sua «Autentica, una sala otto posti con forno e il pizzaiolo che lavora davanti ai commensali» passando per Alfonso Iaccarino, «che dà ai propri ospiti la percezione di riceverli a casa, tanto che chi ritorna si presenta con un regalo», Peppe Guida «la cui colazione è sinonimo di famiglia e prodotto» per finire alla «slow luxury experience di Nerano, piccolo villaggio di pescatori dove opera la famiglia Caputo.

LE TESTIMONIANZE. Sono Mariella Caputo, Ambasciatrice del gusto e sommelier de La Taverna del Capitano, Giuseppe Di Martino, ad del Pastificio Di Martino, e Leopoldo Saccon, architetto, membro del comitato scientifico del Sito Patrimonio Unesco “Le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene” a portare le loro testimonianze nel panel finale del convegno moderato da Maria Teresa Manuelli. «Abbiamo scelto il silenzio mediatico facendo vivere ai nostri ospiti un’esperienza autentica accogliendoli a Nerano con semplicità», dice l’Ambasciatrice facendo notare che gli spaghetti alla Nerano sono più conosciuti a Hollywood, «Tom Hanks li ha citati a una premiazione come il suo piatto della vita», che in Italia. È turismo esperienziale anche quello che sta facendo conoscere «la pasta di Gragnano, prodotto che si fa da 500 ma che – dice Di Martino – è diventata Igp soltanto nel 2012. A Gragnano stiamo andando oltre gli slogan e lo storytelling per entrare nella storia dei luoghi diventando mediatori di cultura e conoscenza con la ristrutturazione della Valle dei Mulini che, sfruttando le acque del torrente Vernotico, hanno prodotto per secoli la farina».

Severino Salvemini, Professore Università Bocconi; Leopoldo Saccon membro del comitato scientifico del Sito Patrimonio Unesco “Le Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene”; Giuseppe Di Martino Amministratore Delegato Pastificio dei Campi; Mariella Caputo La Taverna del Capitano; Maria Teresa Manuelli Il Sole 24ore

LE CONCLUSIONI ECONOMICHE. «Quando parliamo di territorio parliamo di decisioni pubbliche. Quasi tutte le esperienze raccontate sono frutto di meritorie attività di operatori private in una logica bottom-up con la cooperazione che supera la competitività. Le sfide, però, si vincono top down», attacca Severino Salvemini, economista e professore dell’Università Bocconi. «Questo avviene quando Comuni, distretti, enti locali decidono di allocare in questo tipo di attività denari creando ricadute sul territorio di tipo economico, sociale e cognitivo. Dal momento che occorre fare scelte allocative di risorse scarse, è necessarie che le iniziative finanziate siano adatte alle specificità di ogni territorio, che la committenza consideri i molteplici obiettivi degli stakeholders e che il “mercato” sia calibrato da orientamenti pubblici perché gli operatori farebbero troppo fatica ad agire da soli». Affinché tutto questo funzioni non si può prescindere dall’«analisi d’impatto che – spiega Salvemini – viene fatta immaginando le esternalità positive (che, a volte, possono essere anche negative: Matera, città della cultura, per esempio, ha problemi infrastrutturali con le ferrovie) generate dall’investimento». A essere valutato è l’impatto occupazionale, l’indotto che si misura negli «effetti secondari moltiplicatori della spesa diretta. Se vi dicono che un evento ha un effetto moltiplicatore di 6/7 diffidate perché è impossibile, ma un moltiplicatore da 2 a 4 è un segnale importante che, insieme alle ricadute sociali, deve essere tenuto in conto per gli investimenti pubblici». Anche del turismo esperienziale.

Mariella Caruso

Photo credits: Giulia Manelli